C’era un periodo in cui uscivamo sempre insieme io, Stefano, Luca e Manuel, compagni di basket e di lavoro estivo al bar del campeggio. Avevamo preso la patente da poco e ce ne andavamo in giro per bowling e pub dove Manuel, più piccolo di due anni, ci faceva sempre fare delle figuracce ordinando acqua liscia, lui che non guidava. Al ritorno ci fermavamo a casa sua a saccheggiargli il frigo e a guardare la tivù fino a tardi: film, telefilm, sport. Altre volte parcheggiavamo lungomare e tiravamo l’alba giocando a chiacchiere.
Ci allontanammo un po’ finite le superiori; io andai all’università a Bologna, Luca in Trentino sei mesi l’anno come cuoco e Manuel l’estate faceva finta di lavorare da un’altra parte mentre finiva il liceo con un anno di ritardo. Ci sentivamo di rado, vedendoci ancora meno. Ci furono scazzi, invidie, incomprensioni, ma alla fine tornammo a frequentarci con regolarità, anche se non come prima, vista la distanza. Ogni tanto avevamo la ragazza, ridevamo di donne, politica e fantacalcio. Io ero un papaboy e Manuel bestemmiava invece di mettere le virgole; gli altri due stavano nel mezzo. Poi io persi la fede e Manuel la ritrovò ma la tenne per sé, ripristinando l’equilibrio. Iniziai a fumare e lui a bere, Luca ogni tanto si operava a qualcosa e Stefano studiava e usciva con Alice. Alla fine s’era preso tre lauree, Luca aveva mollato il lavoro e ne cercava altri senza successo, io giravo l’Italia e l’Europa per ritardare il più possibile il momento di sistemarmi e scrivevo di cazzi miei e attualità per sfogarmi e dedicarmi a qualcosa dopo aver perso l’interesse per tutto. Manuel seguì le orme del padre entrando nell’Arma prima di finire l’università; noi sapevamo che era perché non aveva voglia di lavorare. Luca e Stefano scrollavano la testa rassegnati mentre io, spinto dal mio attivismo passivo, cercavo di fargli capire che sarebbe diventato un pupazzo che avrebbe dovuto eseguire ordini senza pensare e che saremmo potuti trovarci l’uno contro l’altro, nel caso mi fossi deciso a scollare il culo dalla sedia e iniziare a protestare per davvero.
E così accadde. Non ricordo per cosa protestassi, quasi ogni scusa era buona per me, drogato di sogni e illusioni, con Bill Hicks, George Carlin e i fratelli Kennedy in testa e alcool, tabacco e marijuana nel sangue, fui picchiato e arrestato e picchiato di nuovo e qualche altra volta ancora. Stefano sentì la notizia al telegiornale, Luca la lesse su internet. Io in cella continuavo a leggere Bukowski, ascoltare CapaRezza, scrivere cazzate e flirtare per corrispondenza con amiche lontane. Mia sorella e mio padre erano tristi, mamma disperata, nonna si vergognava. Ridevo e pensavo e sognavo.
Fui scarcerato poco dopo, mi ritrovai di fronte Manuel con divisa e rasatura d’ordinanza e capii.
«Io torno dentro», dissi al primo carabiniere che mi passò a tiro.
«Sei un deficiente», mi disse Manuel con tono piatto, improvvisamente adulto.
«Secondo te ho fatto tutto ‘sto casino per farmi tirar fuori dall’amico sbirro? Non hai capito un cazzo, ributtami dentro sùbito o ti costringo a farlo».
«Sei un deficiente», ripeté.
«Sai dire solo questo?», gli chiesi avvicinandomi. Sentivo il suo fiato sulla gola e io gli respiravo in faccia. Era bella come sempre, affilata e affascinante ma incolore. Aspettavo la sua reazione col petto in fuori. Lo guardavo dall’alto ma solo per via di quella manciata di centimetri in più, in realtà pensavo alle mille partite alla PlayStation e al fragore delle nostre risate.
Finsi di dargli uno schiaffo e lui mi manganellò. Si fermarono tutti a guardarci mentre mi accasciavo al suolo sbuffando. Quando ripresi fiato, gridai.
«Guarda che sei diventato: eravamo fratelli, cazzo, fratelli!». Avevo le lacrime agli occhi per la rabbia e per il colpo.
Mi rialzai e gli balzai alla gola, sbattendolo a terra.
Morii così, colpito alle spalle come un vigliacco dai colpi di pistola dei suoi colleghi.
Prima del buio, però, ricordo che lo vidi piangere.
-m4p-

