Il pianeta Serra.
Alessandro pensava sempre la stessa cosa quando finiva di lavorare.
Distratto, non faceva caso al ronzio del veicolo elettrico simile a una golf car che stava guidando sulla superficie di pannelli solari del Guscio, diretto verso l’unica sporgenza di quella distesa altrimenti liscia per chilometri: l’ingresso del Center, un edificio basso e quadrato che gli ricordava un hangar. Parcheggiò e salì sull’ascensore che lo stava aspettando da quando la sua presenza era stata rilevata nella struttura. Sbuffò al pensiero del microchip sottocutaneo impiantato al polso sinistro che gli prudeva quando un sensore lo leggeva, e lo odiò ancora di più. Durante la breve discesa la temperatura si stabilizzò e l’aria tornò a essere respirabile, perciò ne approfittò per togliersi casco e passamontagna, lasciando che i capelli biondi e mossi gli ricadessero sulle spalle. All’interno del Center uscì dall’ascensore e si diresse verso gli spogliatoi. Lungo la strada si tolse lo zaino e lo lasciò tra gli altri che dovevano essere ricaricati d’ossigeno.
Accostò il polso all’armadietto per aprirlo e iniziò a spogliarsi, togliendosi prima stivali e busto e poi la tuta solare, bianca, aderente e senza cuciture che lasciava fuori solo la testa, di un materiale elastico e tecnologico che proteggeva la pelle dai raggi del sole e regolava la temperatura corporea. Nudo, ripose gli indumenti senza prestare troppa attenzione e andò a lavarsi.
Sotto la doccia cominciò a tremare dall’emozione, era arrivato il giorno per il quale aveva sopportato per due anni quel lavoro di merda. Il giorno in cui avrebbe rivisto gli altri.
Gli altri. I Dreamers.
*
Come se non fosse bastata la Terza Guerra Mondiale scoppiata ottant’anni prima in Nordafrica e Medio Oriente, l’inondazione avvenuta poco dopo la fine del conflitto aveva ridotto ancor più drasticamente la popolazione terrestre. Dopo i successivi, ennesimi scontri, sulla Terra rimodellata dal cataclisma erano rimasti all’incirca cinquecento milioni di persone, quasi tutte nell’emisfero settentrionale del pianeta. Il Governo Mondiale istituito alla fine delle ostilità aveva svolto in tempo record delle ricerche che dimostravano che la causa del cataclisma era stato lo scioglimento immediato e improvviso delle calotte polari dovuto al surriscaldamento globale e che, nel giro di qualche decennio, la temperatura si sarebbe fatta troppo elevata per la sopravvivenza della vita umana.
Fu così che mentre il Governo mondiale deportava molti dei sopravvissuti a Guerra e Inondazione da quel che era rimasto della loro terra per redistribuirli equamente tra i continenti, iniziavano i lavori per la costruzione del Guscio. Il Guscio era una sorta di esoscheletro studiato e finanziato da corporazioni private per la copertura dell’intero globo con un tetto di pannelli solari che fornivano energia a tutto il mondo, regolandone al tempo stesso la temperatura, la pressione atmosferica e l’illuminazione.
Sessantasei anni, sei posticipazioni e tredici attentati sventati dopo, il Guscio era pronto, e poggiava su centomila Pilastri innalzati su punti cruciali della superficie del pianeta. Come il Guscio, anche i Pilastri erano stati costruiti con materiali, tecniche e tecnologie avveniristiche che permettevano loro di reggere la struttura e resistere alla forza della natura, tuttavia non erano solo un supporto, ma anche una via di comunicazione. Al loro interno, infatti, veniva trasferita l’energia immagazzinata e trovavano spazio le gallerie nelle quali viaggiavano gli Worm, lunghi treni a levitazione magnetica che percorrevano i venti chilometri in verticale dalla terra al Guscio e viceversa in circa cinque minuti.
Il Guscio era formato da strati: il più esterno era quello dei pannelli solari sotto i quali, in corrispondenza dei Pilastri, sorgevano i Center, enormi edifici dove venivano gestite tutte le attività del Guscio, da quelle tecniche a quelle amministrative. Nel Center del Pilastro numero 3, che sorgeva nei pressi dell’affondata New York, avevano sede il Governo Mondiale e numerose altre organizzazioni. Al livello più basso c’erano le stazioni degli Worm che collegavano i Center tra di loro oltre che col suolo. La volta del Guscio invece era completamente ricoperta di schermi luminosi che diffondevano luce sul pianeta proiettando un cielo azzurro ma senza sole durante il giorno e uno buio stellato ma privo di luna di notte. Questo espediente aveva permesso l’introduzione di un unico fuso orario. Di tanto in tanto giganteschi messaggi pubblicitari venivano fatti scorrere sugli schermi, quando non c’erano nuvole.
Alessandro era cresciuto in una famiglia molto religiosa della Seconda Zona – il continente che prima dell’Inondazione era chiamato Europa – ma aveva smesso di credere prima dei vent’anni, sebbene si fosse sempre astenuto dall’esternarlo.
Finiti gli studi superiori, con la scusa di entrare in seminario era partito alla volta della Capitale Mondiale, nella Prima Zona, dove era stata fondata la Nuova Città del Vaticano. I suoi genitori erano stati ben lieti di finanziarlo, ma una volta arrivato a destinazione il ragazzo aveva tagliato i rapporti con la famiglia per dedicarsi al suo vero sogno.
L’industria cinematografica era rifiorita rapidamente dopo l’Inondazione, e anche se la quasi totalità dei film veniva girata in computer grafica, c’era sempre bisogno di attori reali per la motion capture, e Alessandro sperava di diventare uno di loro. Sapeva che non sarebbe stato facile riuscirci, ma aveva studiato a fondo centinaia di film ed era sicuro che sarebbe bastato.
Ma si era sbagliato.
Aveva bruciato i soldi dei suoi genitori in alcool, droghe e donne, perciò quando non era più riuscito a pagare l’affitto aveva tentato di diventare attore porno tramite il protettore della ragazza che frequentava in quel periodo. Di quell’esperienza portava con sé solo un insegnamento.
«I calzini dicono di un uomo più di quanto non facciano le sue azioni», gli aveva detto l’attrice con cui doveva affrontare il provino.
«Beh, neri sono eleganti», aveva risposto.
«Oppure noiosi».
La sua erezione era morta con quelle parole, insieme alle sue speranze. Fu così che capì che andare in un posto non significava essere arrivati da qualche parte.
Quando anche la sua compagna lo aveva mollato, aveva tentato di derubare il suo magnaccia, ma era stato colto sul fatto da entrambi. Trovatosi con la pistola dell’uomo a premergli contro il petto, gliel’aveva sottratta con una tecnica di Krav Maga – che praticava da quando era ragazzino – e in preda alla disperazione li aveva uccisi tutti e due. Prima di scappare aveva preso con sé tutti i soldi che aveva trovato e inscenato un omicidio-suicidio nel caso a qualcuno fosse fregato qualcosa della morte di un pappone e di una puttana.
Si era sistemato in un appartamento in un altro quartiere della città e aveva cominciato a lavorare come cameriere. Dopo un paio d’anni era tornato nella Seconda Zona con un Master di Primo Livello per il controllo dei pannelli solari del Guscio e un posto di lavoro nel Center sopra l’Adriatico.
E un nuovo sogno.
*
In jeans strappati, scarpe da ginnastica e maglietta, Alessandro se ne andò in stazione senza salutare nessuno. Seduto nello Worm, s’infilò un paio di occhiali per realtà aumentata e controllò che tutte le protezioni speciali del suo computer nano-tecnologico da polso fossero attive prima di connettersi. NEG, Hawk, The Man e kyota erano già collegati.
Alessandro Marconi, dopo una vita passata in rete con lo pseudonimo di Marko Bain in onore del cantante dei Nirvana, a ventun’anni era diventato Alma, anima in spagnolo, una lingua che conosceva nonostante il Governo Mondiale avesse imposto l’insegnamento esclusivo dell’inglese, relegando le altre allo status di dialetti. Aveva cambiato nickname per segnare la svolta che era avvenuta nella sua vita e aveva scelto proprio quello perché, oltre a essere formato dalle prime sillabe del suo nome, non voleva dimenticare che se anche fosse prigioniero in una gabbia grande quanto il mondo, la sua anima restava libera. Gli altri non avevano commentato.
Gli altri. I Dreamers.
* * *
Il quarto angelo versò la coppa sul sole, che si fece così ardente, da tormentare gli uomini con il suo calore.
(Apocalisse: 16,8)
Capitolo 2: Carne sintetica

