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Legami

kidnapped

Aprì gli occhi ma era tutto nero. Sentiva qualcosa di gelido costringergli le mani dietro la schiena e del legno sotto al culo. Era seduto, gli sussurrò la propriocezione. L’acqua che l’aveva svegliato sgocciolava dalla testa al torace, inzuppandolo. Provò a divincolarsi ma anche le caviglie erano immobilizzate. Adesso che stava uscendo dal torpore poteva sentire le corde attorno ai pantaloni della felpa, e anche il busto era legato allo schienale della sedia. Provò a ricordare cos’avesse fatto prima di addormentarsi ma il cervello protestò con una fitta che gli fece strizzare gli occhi e digrignare i denti. Si era ubriacato? Probabile.

Non aveva ancora avuto il tempo di spaventarsi, e non capendo nulla si mise a ridere. Lasciò cadere la testa all’indietro e quel che l’avvolgeva (un cappuccio di stoffa?) gli si appiccicò sulla pelle, ricacciandogli il fiato in faccia. Era indolenzito ma non sentiva freddo. Provò di nuovo a concentrarsi, stavolta con calma, e per aiutarsi chiuse gli occhi nonostante non ne avesse bisogno. Soffocò una risata che per poco non soffocò lui. Cominciò a tossire e ad agitarsi come in preda alle convulsioni, finché non cadde a terra con tutta la sedia. L’impatto non fu piacevole, le manette gli morsero i polsi. Sentì una punta di rabbia insinuarglisi in mente ma la represse, voleva rimanere lucido. Era schiacciato contro il pavimento liscio e freddo che odorava di cemento, e si aiutava a respirare con la bocca. Deglutì, poi percepì brevi vibrazioni salirgli come brividi dagli zigomi alla nuca. Passi. Scarpe da ginnastica aggiunsero il suono delle suole sul suolo. A chiunque appartenessero, gli cessarono davanti sostituiti da un sospiro. Si sentì afferrare da un piccolo paio di mani che lo rimise a posto a fatica. Tornò il silenzio. Poteva solo aspettare, immaginò.

Il cappuccio gli fu strappato via con poca grazia e la luce gli ferì gli occhi. La curiosità lo fece abituare più in fretta. Tutt’attorno aveva una stanza illuminata da una sola lampadina che penzolava dal centro del soffitto. Scorse una sagoma sfocata scostarsi e sedersi su uno sgabello. Sembrava una ragazza vestita da ragazzo. La ragazza vestita da ragazzo piegò una gamba avvolta dai jeans e la cinse con le braccia, appoggiando il mento al ginocchio. Portava gli occhiali e aveva una pistola in mano, ma l’avrebbe riconosciuta anche senza.

Non sapeva se spaventarsi o sentirsi sollevato. Nel dubbio cominciò a tremare, l’assurda calma con cui s’era svegliato stava svanendo. Aveva sempre sospettato che fosse folle, sin da quando si erano conosciuti. L’aveva tormentato per mesi prima che le loro strade fossero costrette a dividersi. Erano rimasti blandamente in contatto, finché non avevano litigato. Dopo quasi un anno di silenzio, ecco com’erano finiti.

«Ciao» gli disse sorridendo. «Pensi che sia pazza, vero?»
«Che vuoi?»
«Chiacchierare.»
«E serviva tutto questo?» il nervosismo che gli suscitava ogni volta che le parlava era riaffiorato, soffocando per un attimo la paura.
«Voglio la tua più totale attenzione, sei sempre così distratto, e quasi mai credi a quello che dico. Mi hai ispirato poesie che non leggerai e sogni che non realizzeremo, ma non ti faranno innamorare di me. E nemmeno questa pistola, lo so benissimo. Non lascerai la tua ragazza né niente, non spero il contrario. Ma devi sapere, devi capire.» Fece una pausa in cui contò otto battiti del cuore, poi aggrottò le sopracciglia. «Sono lucidissima.»
«Che cazzo vuoi da me?» le gridò col volto rigato di lacrime.
«Niente. Solo sfogarmi, buttar fuori un po’ di roba per farla finita una volta per tutte, magari. C’ho provato in molti modi che non hanno funzionato. Sono stata io a mandare a puttane le cose, ogni volta che il nostro rapporto scendeva di un gradino era per colpa mia, ne sono consapevole. Eravamo partiti da un idillio, eppure sono sempre riuscita a peggiorare le cose fino a rendertele inaccettabili. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, frase dopo frase. Cristo, pensavo di guadagnare terreno e invece lo perdevo, rinunciando a me stessa per convincerti di essere adatta a te. E intanto ti asfissiavo. Sai cosa si prova a rendersene conto? Cosa si prova ad affrontarlo? Ad accettarlo e a conviverci?
«Sì, sono stata egoista, me ne sono fregata dei tuoi sentimenti e dei tuoi segnali, ma non l’ho fatto con malizia. Ero disperata, ossessionata. Ero innamorata. Ma a te non importava, e dopotutto perché avrebbe dovuto? Ci conoscevamo appena ed ero diventata il tuo incubo. Non ti biasimo affatto per come m’hai trattato, me lo sono meritato, anche l’ultima volta che abbiamo litigato è stato perché rifiutavo la realtà, perché non volevo, nonostante tutto, perderti. Mi ero forzata alla rassegnazione di diventarti amica. Ma era troppo tardi. Non lo volevi più.»

Sospirò di nuovo, si alzò dallo sgabello e si grattò la guancia con la pistola.

«L’ho detto abbastanza in fretta, eh? È per non farti deconcentrare. Sai, anche se sei legato a una sedia, magari terrorizzato e pure minacciato, secondo me riesci lo stesso a fraintendere quello che voglio dirti, a distrarti, a non ricordartelo.» Ridacchiò. «So che ti dà fastidio che ti dica cosa pensi e cosa provi, me l’hai detto un sacco di volte e non avevo mai pensato di risponderti che non lo faccio per prevaricarti. Non vado a caso, mi baso su cose che hai già detto o fatto. Ti scoccia che qualcuno pensi qualcosa di te? Fattene una ragione: non è nella natura umana non avere opinioni, anche tu ne avrai per tutto e tutti. Però se quelle degli altri si discostano troppo dall’immagine che ti sei fatto di te stesso, t’incazzi. Troppo comodo. E anche esagerato. A che serve? Non se ne può parlare? Eh eh eh, non con me, non con me.»

Lo guardò in faccia, malinconica. Lui continuava a piangere in silenzio senza nemmeno singhiozzare.

«Mi piacevi quando non ti conoscevo. Sono le parole più dolorose che qualcuno mi abbia mai detto, soprattutto perché uscite dalla bocca di chi, poco tempo prima, mi aveva mormorato le più belle. Te le ho proprio tirate fuori…» sorrise amaramente abbassando lo sguardo sulle sue All Star nere. «Sai, anche in questo momento, anche dopo essermi preparata e aver rivissuto tutto un casino di volte, sento di tralasciare qualcosa. Che razza di confessione è?»

Gli si avvicinò lentamente, gustandosi la sua vista. Era bellissimo come sempre. Vederlo in quello stato le provocava un dolore tremendo, ma non poteva fare altrimenti, non più. Gli si accovacciò davanti e lui si voltò di lato. Gli accarezzò con affetto i capelli ancora umidi e lo sentì scosso dai brividi. Scese delicatamente sul mento e lo costrinse a guardarla negli occhi. Gli scostò la frangetta e lo baciò in fronte come aveva avuto la fortuna di fare qualche altra volta, troppo tempo fa.

«Finisce com’è cominciata, faccia a faccia.»

Gli sorrise, si alzò e strinse la pistola.

Poi se la mise in bocca e fece fuoco.

 
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Pubblicato da su 8 febbraio 2012 in Racconti

 

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